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Sport, movimento umano ed emozioni.

Sport, movimento umano ed emozioni.

a cura di Dott.ssa Magrino Angela, Dott. Gatto Gennaro, Dott. D’Onofrio Vincenzo

L’adolescente si ritrova ad affrontare una serie di compiti evolutivi che possono essere superati più o meno con successo. Relativamente allo sviluppo fisico e sessuale, può raggiungere ad esempio un buon rapporto con il proprio sé corporeo e vivere serenamente lo sviluppo sessuale. Altri compiti risultano legati allo sviluppo relazionale: l’adolescente può sentirsi o meno in grado di coltivare buone relazioni con i pari e con gli adulti; i compiti legati al senso d’identità sono relativi alla costruzione di un progetto e di un senso di sé coerente rispetto a ciò che desidera (Gambini, 2008). L’affermazione di sé, il riconoscersi come persona, avviene grazie a due spinte apparentemente contraddittorie: separazione che implica differenziarsi dagli altri e allo stesso tempo identificarsi (l’enfasi è sulle affinità); tali spinte si integrano in un processo armonico. In fase adolescenziale, avvengono insieme processi di eliminazione delle sinapsi e produzione di corteccia cerebrale (Fauci & Braunwald 2008) che possono essere modificati dalle esperienze corporee. Sul piano corporeo e del movimento si può parlare di senso di appartenenza del proprio corpo, la propriocezione, la valutazione – cosciente o meno – della posizione nello spazio, e di cinestesia, sensazione di movimento ed accelerazione (Andorlini, 2015): la pratica sportiva è, dunque, anche un processo di conoscenza. Il gruppo dei pari, proprio come un gruppo sportivo, diventa luogo privilegiato per conoscersi, per sentirsi stimati, per identificarsi e differenziarsi, per sperimentarsi e collocarsi (De Pieri, 1995), in cui conoscere i propri limiti, vittorie e sconfitte, oltre che posto immaginario in cui sentirsi esposti al giudizio e allo sguardo altrui. L’autostima, intesa come pilastro fondamentale alla base di un’identità positiva è, in questo senso, riconosciuta e apprezzata dagli altri (Gambini, 2008). Nel caso in cui si instaurino comportamenti negativi e a rischio in risposta allo stress, si può parlare di disagio emotivo (ansietà di affrontare i compiti evolutivi), disadattamento (malessere diffuso per non riuscire a superare compiti di sviluppo), fino a condotte di vera e propria devianza (condotte antisociali). È importante cogliere i segnali di malessere in cui si trova l’adolescente per intervenire tempestivamente ed in modo appropriato prima che questo assuma le forme della devianza:situazione strutturata di marginalità e di condotte antisociali. La relativa plasticità del funzionamento psicologico e dei processi di ristrutturazione della personalità, tipici di questa fase del ciclo vitale, richiede e rende opportuno un intervento psicologico, che non necessariamente coincide con un intervento psicoterapeutico.

RASSEGNA DI STUDI

Recenti studi (Review of studies)hanno messo in relazione gli stati emotivi piacevoli e penosi negli atleti e l’efficienza della performance sportiva, sottolineando l’importanza del clima emotivo e della motivazione (Ruiz et al.,2016). In particolare, si ipotizza che un buon clima motivazionale abbia un impatto positivo sulla motivazione dell’atleta e sulla rabbia funzionale, costituendo allo stesso tempo un predittore negativo dell’intensità dell’ansia e della rabbia disfunzionale. Disturbi dell’immagine corporea sono meno frequenti negli Atleti di èlite, cosi come un self talk di tipo positivo (De Carlo, 2012).In letteratura recente, molti Autori si sono occupati della correlazione tra esercizi/movimento da un lato e sentimenti aggressivi dall’altro (Williams & Gill, 2000); alcuni hanno trovato una relazione positiva (e.g., Kreager, 2007), mentre altri hanno trovato l’opposto (e.g., Mason & Wilson, 1988). Sebbene siano presenti in letteratura risultati contraddittori, lo sport e il movimento sono ampiamente riconosciuti e raccomandati come modo per ridurre sentimenti aggressivi e di rabbia (e.g.,Cusimano, Nastis, & Zuccaro,2013; Gee, 2011; Kerr & Grange, in press; Warden, Grasso,& Luyben, 2009). Come confermato da recenti studi, che hanno messo in evidenza un decrescere di sentimenti aggressivi come effetto del movimento (Perls, 2016). I soggetti hanno partecipato a differenti tipi di sport (canottaggio e sport di combattimento). Si è verificata una significativa diminuzione dei sentimenti di rabbia tra i ragazzi, in particolare tra coloro che praticavano canottaggio e karate (Gatto/D’Onofrio, SDS 109).Leith (1982) propone diversi fattori psico-sociali all’interno della competizione che potrebbero essere legati ad un incremento di sentimenti aggressivi,tra cui la frustrazione che deriva dal mancato raggiungimento di obiettivi individuali. In opposto alla competizione, troviamo la cooperazione diretta al raggiungimento di obiettivi comuni(Tjosvold, 1998). Quest’ultima risulterebbe associata alla formazione di una identità sociale positiva, oltre che alta autostima (e.g., Luhtanen & Crocker,1992), accompagnata da una riduzione di sentimenti aggressivi. Recentemente alcuni studi si sono occupati della percezione di sé più in generale e di emozioni positive e buona stima di sé messe in relazione al movimento e allo sport in soggetti con disabilità fisica (Shapiro etal., 2010). In particolare, tali sentimenti positivi e lo sviluppo di abilità sportive risulterebbero legati ad una riduzione di indici di malessere come la solitudine e la chiusura sociale. Altri adolescenti disabili che non hanno praticato mai attività sportiva manifestano incremento dei sentimenti di sfiducia e vergogna (Valsecchi, Marquez,2009).

IL MOVIMENTO UMANO

Numerosi studi confermano che il movimento fisico ha un ruolo rilevante nella crescita e nello sviluppo evolutivo dell’uomo. Esso promuove la sua formazione fisica, psichica, sociale e morale (Raffuzzi et al., 2006). Il movimento è inscritto nel codice genetico umano e l’attività fisico-sportiva è comparsa fin dalle prime civiltà: se l’uomo preistorico fosse stato limitato nelle attività delle diverse espressioni di movimento e nell’adattamento alle dinamiche ambientali, la specie umana non sarebbe sopravvissuta. Di conseguenza,doveva essere produttivo, efficiente, prestativo tant’è che lo sport più antico è il camminare (D’Onofrio, 2013), cioè uno dei modi che l’uomo ha sviluppato naturalmente per spostarsi senza l’ausilio di mezzi esterni (Minetti,1995). La postura eretta e la motricità umana sono il risultato, la conseguenza attuale, la sintesi rapida, il frutto di un lungo processo filogenetico, che, secondo la linea del tempo, è durato appena qualche milione di anni. Dal quadrupedismo al bipedismo, il movimento ha caratterizzato la specie nel suo sviluppo ontogenetico e rappresenta l’espressione più arcaica e primitiva dell’uomo (D’Onofrio, 2013). Un corpo capace di muoversi nell’ambiente “mondo”, in cui il bambino, in pochissimo tempo, sperimenta tutte le fasi che ha vissuto l’uomo nel suo processo evolutivo. Già dalle prime curiosità esplorative si crea la strutturazione e l’espressione funzionale dei movimenti. La motricità semplice e naturale consente al bambino di imparare a muoversi come condizione culturale e diventa sociale e rilevante nella relazione educativa, se calata all’interno di una collettività. Vayer afferma che ciò che costituisce il perno dell’azione educativa è la costruzione dello schema corporeo e che nella misura in cui il bambino ha l’uso del proprio corpo può apprendere gli elementi del mondo che lo circonda e stabilire relazioni tra questi, può cioè sviluppare la sua intelligenza. È a livello del vissuto corporeo che si manifestano i disturbi della personalità e, quindi,dello psichismo dei soggetti. Educare al movimento significa consentire di esprimere competenze motorie basilari ed esperte. Muoversi in modo competente denota la conquista di abilità che ci offrono l’opportunità di agire nel contesto, partendo dalle forme elementari degli schemi motori e posturali di base fin o alle più complesse espressioni tecnico-tattiche (intelligenza situazionale): intese come sperimentazioni in modo creativo ed elaborativo di nuovi movimenti, al fine di realizzare l’azione,raffinare il gesto e migliorare il comportamento motorio.L’attività fisico-sportiva condiziona non solo l’area organica,ma anche quella affettivo-emozionale, l’area cognitiva, l’area sociale e a sua volta il movimento è influenzato da processi motivazionali ma anche da componenti mnemoniche, emozionali,affettive e sociali che caratterizzano la personalità dell’uomo. Lao Tzu, filosofo cinese vissuto nel VI secoloa.C., sosteneva che: “un viaggio di mille miglia comincia sempre con il primo passo”. Il primo passo per comprendere la motricità umana come forma originaria del gioco,della pratica motorio-sportiva,dell’educazione fisica e in senso più ampio della motologia (la scienza che si interessa del movimento a 360°), è quasi certamente tracciato dalla scelta di collocarlo alla genesi di ogni sviluppo cognitivo. I processi cognitivi sono coinvolti nel controllo motorio, nell’organizzazione del movimento e nella prestazione sportiva allo scopo di comprendere le modalità di apprendimento delle abilità motorie e/o sportive o come descrivere le prestazioni eccellenti (Cei, 1998). Imparare a conoscere e ad osservare con attenzione il linguaggio del corpo è importante anche se si tratta di un linguaggio mancante della verbalità. È uno strumento di espressione,di relazione che ha in comune la stessa complessità strutturale degli altri linguaggi e possiede una specifica grammatica, una semantica, una poetica e una morfologia motoria. Il movimento umano è certamente interpretabile anche come linguaggio dove l’azione sta al suono come il gesto alla parola e il comportamento alle proporzioni (Zocca, 2009). È azione e gesto nello stesso tempo: entrambi manifestano stati emotivi, comportamenti, modi di essere e costituiscono la piattaforma elementare degli apprendimenti successivi.Nel lavoro al movimento fisico sono coinvolti anche la memoria cognitiva e la memoria motoria che consentono alla mente di saper rievocare e riattuare i processi e gli stili di apprendimento: è un meccanismo cognitivo consapevole.Per conservare un alto grado di abilità, i ricordi sportivo-motori devono essere potenziati attraverso un training continuo con compiti-stimoli allenanti e diversificati, sia nello sport per tutti e sia nello sport di prestazione assoluta. Il movimento fisico allenta le tensioni e rappresenta lo strumento elettivo di riarmonizzazione delle emozioni; è il mezzo che modifica lo stress e le cause che ci conducono alla rabbia e all’invidia, depotenziandole.Il movimento umano, inteso anche come la semplice camminata (D’Onofrio, 2013), è profilassi, è acquisizione di stili di vita sani che contrastano lo sviluppo delle malattie cronico-degenerative; è l’alleato per la promozione della salute individuale e sociale. Il gioco motorio, inteso come divertimento, sviluppa l’intelligenza corporeo-cinestetico-emotiva e la comprensione ed il senso del limite. È educazione come abitudine al rispetto delle regole e formazione per costruire una sana cultura della convivenza e del rispetto dell’altro; è fair play e veicolo di trasmissione di valori e relazioni sociali.Lo sport è un potente mezzo che scoraggia episodi di violenza (pensiamo al bullismo), potenziando il controllo dell’aggressività e favorisce il consolidamento dei tratti della personalità,dell’autostima e del senso di autoefficacia. È un mezzo che promuove lo sviluppo di autonomia e attitudine a collaborare con gli altri incrementando la capacità di superare e affrontare le difficoltà. La pratica motorio-sportiva offre un contesto educativo e si pone come fattore antagonista al disagio, alla tossicodipendenza e ad ogni forma di devianza.Le potenzialità dello sport e del movimento in generale non si realizzano però in maniera automatica: sono le figure adulte(genitori, allenatori, dirigenti sportivi) e l’esperienza di squadra che fanno sì che l’attività sportiva offra al giovane un contesto educativo efficace (Raffuzzi et al., 2006).

DEFINIZIONE DI DISAGIO

Il tema del disagio indica un sentirsi non a proprio agio, fuori posto. Con il termine disagio si intende sia mancanza di comodità e sia imbarazzo che frena la spontaneità del comportamento. Si parla di disagio evolutivo come condizione trasversale a tutti gli adolescenti, riferendosi al confronto con i compiti di sviluppo dell’età e l’ansia collegata; disadattamento come stato di malessere diffuso per non riuscire a superare uno o più compiti di sviluppo; devianza come forma più alta di disagio (Gambini, 2008). La corporeità può essere espressione di rapporti problematici con sé e con l’altro. Se – nel corso dello sviluppo- le espressioni delle emozioni come rabbia, tristezza, disgusto, amore, desiderio o paura,sono regolarmente punite, criticate o rifiutate, possiamo imparare a bloccare le espressioni corporee di questi sentimenti,inibendo i movimenti che danno ad essi una forma: le vocalizzazioni nella gola, l’espulsione del respiro nel singhiozzare, i lampi di rabbia degli occhi, o la faccia triste, i movimenti del respinge re, di afferrare, oppure di colpire, di protendersi o fuggire (Kepner, 1997). Come afferma Perls: “È proprio nei movimenti ampi ed evidenti che facciamo all’interno del nostro ambiente che noi corriamo i rischi maggiori di venire umiliati, di sentirci imbarazzati, o di far cadere su di noi in vari modi la punizione” (Perls et al., 1951, p. 117). Il lavoro sul corpo, dunque, può diventare espressione del sé e della propria corporeità. Come afferma ancora Perls: “recuperato un certo grado di orientamento, possiamo poi iniziare a riguadagnare l’abilità di muoverci e di manipolare sia noi stessi che il nostro ambiente in modo costruttivo” (Pearls et al.,1951 p. 117). “Un modo per far avvenire il cambiamento è agire, muovere il proprio corpo, essere espressivi, pieni di vita (…) la consapevolezza non può rimanere vitale di per sé stessa dentro di noi,… che la sua vitalità si afferma nell’attività e, più tardi, in un senso di completezza” (Zinker,1983,p.82). Lo sport è un ambito in cui assumono importanza la fisicità, l’immagine sociale e la percezione del sé (Cunti, 2015). Il disagio individuale e collettivo sembra essere prodotto anche dall’ambiente culturale, economico e sociale in cui persone, gruppi e collettività si trovano a vivere. Sembra che una forma di nichilismo caratterizzi i giovani (Galimberti, 2007). Una delle funzioni del movimento è quella di consentire il rapporto relazionale con le forme esterne (oggetti e attrezzi, persone), provvedere alla finalizzazione gestuale (prendere, tirare, spingere, spostare e spostarsi) ed ampliare la zona di comfort, passando dal disagio all’agio, attraverso la percezione profonda derivante dal corpo in azione (Gray Cook, 2008). Un’altra funzione è il miglioramento dell’equilibrio che ci consente una presenza più rilassata e di sensazione di “comodità” nell’ambiente (Check 2001). In uno sportivo, facilmente un’emozione di disagio può tradursi in un sintomo legato all’organo  effettore del movimento (il muscolo) e impedire una pratica libera. Spasmi, fascicolazioni, tremori, crampi muscolari, rigidità o scarsa produzione di forza, gestualità meccanica pesante poco coordinata, sono limitatori di movimento. Un dolore che non insorge subito dopo la pratica (D.O.M.S syndrome) può essere l’effetto di esercitazioni eseguite senza la fisiologica fluidità del movimento. Al contrario, una pratica rilassata, divertita, armonica,anche a livello muscolare, può portare a quelle che vengono definite esperienze di flow (De Carlo, 2012), esaltazione del movimento che avviene in maniera naturale e con la giusta performance.

IL CORPO E LE EMOZIONI

Nel guardare la persona come totalità, riconosciamo che gran parte della vita emozionale coinvolge l’esperienza somatica, quella che viene definita esperienza del sentimento. Altro aspetto importante è l’espressione del sentimento che avviene attraverso il movimento, manipoliamo e trasformiamo l’ambiente, ci relazioniamo e reagiamo agli altri, creiamo e moduliamo i confini,difendendo la nostra integrità (Kepner, 1997).Per quanto riguarda il corpo, il primo essere nel mondo è corporeo, la visibilità è corporea, la base della conoscenza è percettiva e corporea. È l’essere presente, l’Esser-ci (Collacchioni, 2012, pp.34- 35). Il termine Corpo deriva dal latino corpus, organismo, struttura, porzione di materia con proprietà di estensione, divisibilità, impenetrabilità; Corporeità, dal latino corporeitas, sottolinea l’esperienza vissuta legata al corpo ed investe un ruolo centrale nella psicopatologia (Cunti, 2015). Con il superamento del dualismo mente/corpo che risale alla cultura greca, della dicotomia confermata in tempi moderni da Cartesio tra pensiero (res cogitans) e corporeità (res extensa), il corpo diventa un soggetto-oggetto che consente un contatto immediato e diretto con la realtà, un corpo vivo (Leib). L’unità della nostra esperienza può venir meno quando le sensazioni fisiche e le componenti motorie (gli aspetti corporei) di esperienze sia passate che presenti vengono separate dagli aspetti verbali e immaginativi dell’esperienza. Secondo la teoria della Gestalt, in quest’ultimo caso il contatto risulta disturbato, un’espressione fisica di se stessi incompleta, un movimento o un sentimento rinnegati (Kepner, 1997). Dai contributi recenti delle neuroscienze, le emozioni sono fondamentali per la memoria delle nostre esperienze; possiamo dimenticare gli eventi, ma continuare a rivivere le emozioni e le reazioni fisiche connesse. L’identità corporea, in costruzione in adolescenza,
dipende dall’esperienza che i ragazzi fanno, per esempio dei modelli sociali che propongono spesso ideali irraggiungibili. I segnali di grave insoddisfazione provengono proprio dal corpo, il disagio si esprime attraverso sintomi e manifestazioni precise (obesità e disturbi alimentari). Il corpo può manifestare dunque rapporti problematici con il sé e con l’altro. Quando si perde il contatto con l’altro, si perde anche il contatto con se stessi (Barbon e Tauriello, 2007): in tal senso, acquista importanza il recupero del contatto con sé. L’immagine corporea viene costruita gradualmente a partire dalle prime fasi del ciclo vitale, acquistando sempre più importanza soprattutto in adolescenza, è “quel quadro del nostro corpo che formiamo nella nostra mente, ossia il modo in cui il nostro corpo appare a noi stessi” (Schilder,1935, p. 35). Una rappresentazione interna che si costruisce nel tempo in modo dinamico influenzata anche da una componente cognitivo-affettiva (Posavac, 2002); dipende, dunque, da fattori interni (esperienze passate, pulsioni) ed esterne (modelli culturali). Diversa dallo schema corporeo inteso come schema percettivo ed oggettivo del nostro corpo basato su sensazioni cinestesiche e propriocettive. L’insoddisfazione dell’immagine corporea può essere definita come l’insieme di valutazioni negative e disfunzionali rispetto al peso e all’aspetto corporeo (Garner et al., 2002). Può essere collegata a importanti conseguenze psicopatologiche negative, oltre a rappresentare uno dei maggiori fattori di rischio e mantenimento per le patologie alimentari (Fairburn et al, 2003). Disagio e corpo sono correlati nel sentirsi non a proprio agio, avvertire un malessere emozionale, esperito attraverso la corporeità e mostrato con posture, gesti, comportamenti, intonazione di voce e in altri modi, differenziati per età. Il disagio si manifesta in comportamenti problematici ben evidenti o attraverso comportamenti silenziosi di fuga, somatizzazioni/patologie/difficoltà di vario genere. L’identità si forma continuamente attraverso le relazioni con gli altri, con l’ambiente: in esse ogni persona “si sente” bene, male, accettata, esclusa, a proprio agio o a disagio. Il disagio caratterizza ogni persona, in alcuni momenti della propria esistenza e in diversi contesti come quello scolastico. Nello sport, lo spazio corporeo appare influenzato da quello che l’adolescente prova:occupare o meno lo spazio, avvicinarsi o meno gli altri, la scelta di uno sport individuale o di gruppo, indoor o outdoor sono tutti comportamenti di esteriorizzazione di un sentimento che può essere evidenziato durante la pratica. Il corretto timing del gesto può essere espressione di insicurezza, lentezza o velocizzazione da insicurezza e scarsa fiducia di sé (Andorlini 2015). Recentemente, le neuroscienze hanno evidenziato come l’emozione miri alla sopravvivenza dell’organismo ma, al tempo stesso, affondi le radici nelle rappresentazioni interne che la mente ha del proprio corpo (Damasio, 1994). Per i fenomenologi vi è un corpo come forma visibile e concreta Gestalt; il corpo che sentiamo e con cui sentiamo il corpo vivente, (Galimberti, 1993). La parola emozione è da ricondursi etimologicamente al latino emovère (ex = fuori + movere =muovere) letteralmente portare fuori, smuovere. Secondo Greemberg e Safran (1987), le emozioni sono sia tendenze all’azione che sensazioni corporee. Per esempio, la paura stabilisce la meta nell afuga e ci prepara all’azione coerente; la rabbia ci prepara all’attacco; la tristezza porta o verso un afonte di conforto o a pensieri che potenziano la sua tristezza: “sono solo, nessuno si prende cura di me”. Le emozioni stabiliscono la priorità delle mete e ci organizzano in vista di azioni specifiche (Frijda, 1986): la tristezza può implicare una ricerca di aiuto e la rabbia comporta una revisione dei confini, mette distanza. Gli elementi degli schemi emotivi sono (Elliot et al., 2007):
· situazionali-percettivi: passato o ambiente
attuale della persona e consapevolezza immediata della situazione attuale e dei ricordi
episodici;
· espressivo-corporei: comprende sensazioni
fisiche immediate, espressioni delle emozioni
(es. espressione facciale);
· comportamentali-motivazionali: desideri, bisogni, intenzioni (es. essere al sicuro); tendenze all’azione;
· processo nucleare: organizza tutti i componenti intorno a una particolare emozione (es.
una forte paura).
Dal punto di vista delle teorie cognitive (Leahy etal., 2013), le emozioni comprendono una serie di processi, che contraddistinguono il fare “esperienza di un’emozione”. Esse includono anche un a valutazione cognitiva oltre che una sensazione fisica, un’intenzionalità (un oggetto), un “feeling”(o qualità), un comportamento motorio e, nella maggior parte dei casi, una componente interpersonale. Quando sperimentiamo “ansia”, ad esempio, riconosciamo di essere preoccupati di non riuscire a terminare un lavoro rispettando i limiti di tempo prefissati (valutazione), sentiamo un’accelerazione del battito cardiaco (sensazione fisica), ci concentriamo sulle nostre competenze (intenzionalità), proviamo una sensazione terribile in merito alla nostra vita (stato d’animo), ci sentiamo fisicamente agitati e inquieti (comportamento motorio) e possiamo comunicare che stiamo passando una giornata davvero terribile (componenteinterpersonale). Nella psicoterapia della Gestalt, l’evento esistenziale chiamato sentimento è una totalità che include sensazioni corporee, eventi mentali, immagini e pensiero (verbalizzazione interiore), movimenti e l’ambiente; ma chiaramente una parte significativa di questo insieme è costituita dalle sensazioni corporee (Kepner, 1997).Relativamente all’emozione della rabbia trattata nel presente lavoro, con il termine collera possiamo riferirci a un sentimento e a un comportamento. Per quanto riguarda il rapporto tra paura e collera, per Johns la collera è una struttura affettiva, un processo con il quale strutturiamo una paura in un altro sentimento o manifestazione affettiva che sia più costruttiva, più accettabile o più tollerabile (Johns, 1999). Nel presente lavoro, si intende porre il focu dell’attenzione sulla rabbia funzionale intesa come modalità di espressione di un bisogno di autoaffermazione correlato alla definizione di sé, al senso di potere, integrità, capacità personale (Kepner,1997).

COMPETIZIONE E AGONISMO SPORTIVO

Per quanto riguarda l’agonismo, in Psicologia è un comportamento motivato che nasce da un bisogno di autoaffermazione e autorealizzazione (Cunti, 2015). La spinta primaria che lo determina è
l’aggressività (Costabile, 1996) o aggressività socializzata. Uno dei contesti di vita in cui l’agonismo si manifesta è lo sport. La competizione (dal latino Cum+petere, andare insieme, convergere ad un medesimo punto) indica la gara, la sfida attraverso cui ci si misura con l’altro per conquistare la supremazia e/o ottenere un primato. Esistono molteplici punti di vista. Secondo una prospettiva di tipo psicologico, la spinta a competere potrebbe essere manifestazione di sentimenti di inferiorità verso l’altro, a livello non consapevole. La competizione potrebbe essere un’occasione catartica di liberare impulsi aggressivi. In riferimento all’etologia, secondo Lorenz (1963), la competizione è una caratteristica innata e non acquisita. Nella prospettiva socio-cognitiva, i soggetti non sono per natura aggressivi ma possono diventarlo per imitazione (Bandura, 1977). Il sistema specchio neuronale si attiva non solo nell’osservazione del movimento, ma anche alla vista di uno strumento o di un attrezzo, attribuendo un significato in termini tattili (sport di tiro, armi). Competere daun punto di vista dell’educazione alla competizione sportiva significa mettere alla prova le proprie competenze nel confronto con gli altri. Comprendere che negli sport di gruppo un campione non può eccellere da solo ma ha bisogno del team,capire che negli sport individuali bisogna sottostare a processi di allenamento, ad una disciplina,e che si è soli, quindi, più esposti ad un giudizio in termini di visibilità: sono processi alla base della formazione delle identità personali. Nell’ambito dell’educazione allo sport, la competizione si lega maggiormente al concetto di collaborazione. Secondo l’ecologia della mente (Bateson 1972) vi è un rapporto dialettico tra bisogni di riconoscimento personale e bisogni di riconoscimenti altrui.

DISCUSSIONE E CONCLUSIONI

In relazione al counseling in ambito sportivo, risulta importante l’attenzione al proprio e altrui vissuto e al corpo in quanto postura, atteggiamento corporeo, linguaggio del corpo, paraverbale (tono di voce, velocità, volume), occupazione dello spazio, timing nel movimento. Appare importante la comunicazione corporea, la messa in gioco in prima persona del counselor allo scopo di incrementare la presa di consapevolezza del proprio corpo,della relazione, delle capacità empatiche, della consapevolezza delle proprie risonanze emozionali. Corpo, emozione e comunicazione divengono parti fondamentali del processo educativo all’interno di una relazione autenticamente empatica (Cunti, 2015). Riveste molta importanza un’alfabetizzazione alle emozioni; in particolare il movimento può essere considerato come modo per canalizzare positivamente emozioni come la rabbia. È il modo in cui la rabbia viene gestita che può definire il lato negativo della rabbia stessa. Imparare a manifestare la propria rabbia significa conoscersi, conoscere i
propri bisogni, dare loro voce, distinguere ciò che ci fa star bene da ciò che ci fa star male; imparare ad esprimere la rabbia in modo sano ci aiuta, inoltre, a costruire relazioni più autentiche con le persone che ci circondano. Grazie alla comprensione di messaggi e meta-messaggi, è possibile sintonizzarsi emotivamente con l’altro. Tema che riveste molta importanza in un tempo caratterizzato dal cosiddetto analfabetismo emotivo (Galimberti, 2007).Da un punto di vista psicologico e in particolare dell’Analisi Transazionale (Johns, 1999):
· la negazione di un sentimento non lo elimina;
· l’identificazione e l’accettazione di un sentimento non lo pongono al di fuori del nostro
controllo;
· l’identificazione e l’accettazione di un sentimento distruttivo tendono a diluirlo e lo pongono sotto il controllo cognitivo. Per l’accettazione della collera diventa,
quindi, importante:
a) entrare in contatto con il
sentimento;
b) identificarlo;
c) far affiorare il sentimento;
d) decidere cosa farne.
Esistono alcuni modi per diluire un sentimento con la decisione: sublimare
(spostare l’energia dal sentimento a un
canale che non sia la sua espressione
diretta), scaricare (attraverso un comportamento pseudo-ostile).
Tra i modi per comunicare in modo efficace, l’Autore parla di affermare i propri bisogni e desideri quando è il momento di esprimerli (assertività), (Johns,1999). Comunicare è una necessità intrinseca: è impossibile non comunicare (Watzlawick, 1971) poiché ogni comportamento è comunicazione. In un processo interattivo, gli interlocutori si influenzano l’un
l’altro sia tramite le parole, sia tramite le azioni. Il secondo assioma della comunicazione riferisce che ogni informazione, oltre a presentare un aspetto di contenuto, ne contiene uno di relazione inerente a gesti, posture, espressioni.In alcune situazioni patologiche, si ripetono ingiunzioni paradossali, verbali e non verbali, nelle quali la comunicazione assume carattere fortemente contraddittorio (Bateson, 1972).Educare allo sport sembra avere un ruolo importante nei processi di inclusione, strumento di socializzazione e integrazione per le fasce di popolazione a rischio di esclusione (per esempio, i disabili). Lo sport diventa contesto di accettazione, espressione, condivisione, comunicazione, che svolge la fondamentale funzione sociale di favorire la partecipazione. La finalità è, oltre all’inclusione, il benessere della persona,come strumento di prevenzione/adattamento e antidoto efficace di esclusione(European Commission, 2003). In conclusione, risulta importante cogliere i segnali di disagio, di malessere,di bassa autostima e il grado di rischio in cui si trova l’adolescente per intervenire tempestivamente e, dove possibile preventivamente, in modo appropriato,attraverso interventi multidisciplinari che vedono lavorare in sinergia professionalità diverse come per esempio il Medico, lo Psicologo-psicoterapeuta e il Motologo (specialista in Scienze Motorie) al fine di stimolare la ripresa del processo evolutivo.Un possibile futuro spunto di riflessione è l’educazione al movimento e allo sport nella disabilità, che aggiunge temi quali l’invisibilità e la vergogna del proprio corpo.

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